Investimenti trasparenti: ridurre la delega e l’asimmetria informativa

Le famiglie e le imprese italiane si affidano regolarmente a professionisti indipendenti che curino i loro interessi in molti campi (legale, fiscale, medico....) ma, stranamente, non quando c’è di mezzo la finanza.
Consideriamo il caso paradigmatico della copertura dei rischi finanziari da parte delle imprese.
Le imprese possono coprire il rischio di oscillazione indesiderata nei cambi o nei prezzi delle materie prime stipulando contratti "swap".
Lo swap è uno scambio di flussi monetari tra due controparti (tipicamente, l’impresa bisognosa di copertura ed un intermediario finanziario).
A seconda di come evolveranno i mercati, una controparte guadagnerà e lo farà inevitabilmente a scapito dell’altra, che perderà.
Eppure, anche in questo caso di interessi palesemente contrapposti tra le due controparti (l’impresa e la banca in senso lato), l’impresa percepisce assurdamente la banca come "advisor".
Anche da parte dell’investitore privato la controparte bancaria è spesso irrazionalmente percepita come istituzione "super partes".
Nel caso degli investimenti, dato che il "guadagno" dell’investitore non deriva necessariamente da una speculare "perdita" della banca ma deriva piuttosto dall’andamento dei mercati finanziari, sembrerebbe ipotizzabile una simbiosi, una alleanza fra le due controparti del contratto di gestione.
Ad ostacolo, interviene però la necessità dell’intermediario finanziario di realizzare, sul denaro gestito, percentuali annue di guadagno incompatibili con la possibilità di simbiosi.
Un tale livello di costi sarebbe difficilmente tollerato dagli investitori, se questi fossero pienamente a conoscenza:

  1. della reale costosità del servizio acquistato;
  2. della scarsa probabilità che i gestori hanno di creare sistematicamente ricchezza in misura più che proporzionale ai costi generati e
  3. che comunque, di regola, solo una piccola parte dei costi va a remunerare il "gestore" in senso stretto, mentre la gran parte delle commissioni vanno a remunerare vari soggetti che poco o nulla aggiungono al servizio di gestione dei patrimoni.

Gli intermediari finanziari godono infatti di una condizione di sostanziale asimmetria informativa: il singolo investitore molto spesso non è in grado di "prezzare" i contratti finanziari che sottoscrive e difficilmente è in grado di valutare la portata del danno derivante, nel lungo termine, da investimenti inutilmente costosi.
L’asimmetria informativa è sicuramente facilitata dalla percezione della banca (o compagnia assicuratrice) come "istituzione" e dunque come "advisor".
È quindi auspicabile non solo una maggiore diffusione della consulenza indipendente ma è parimenti sperabile che la massa degli investitori possa essere in futuro raggiunta con più facilità da fonti realmente indipendenti di informazione finanziaria.
La missione di IFA PIEMONTE è proprio quella di trasferire al cliente il massimo dell’informazione finanziaria, per instaurare con lui una simbiosi e per consentirgli dunque di riprendere il controllo delle proprie risorse.
L’investitore dovrebbe evitare qualunque investimento che non comprenda fino in fondo.
La nostra netta scelta di campo è quella di non "vendere sogni finanziari" ma, all’opposto, di fornire tutta l’informazione possibile su fatti acclarati e sui pro e contro delle possibili scelte finanziarie future.

Investimenti efficienti: necessità di eliminare i costi inutili

Ripetutamente, vengono rese pubbliche autorevoli ricerche, le quali dimostrano che buona parte delle gestioni "azionarie" e la quasi totalità delle gestioni "obbligazionarie" restituiscono mediamente rendimenti inferiori a quelli dei mercati in cui investono.
Perchè tale dato risulta sottovalutato e non al centro dell’attenzione degli investitori?
In parte, perchè esso è stato comprensibilmente occultato dall’informazione di massa fino ai tempi più recenti.
Più in generale, non viene divulgata l’evidenza che eliminare le fonti di inefficienza, nel lungo termine, non è solamente opportuno: è necessario. Cerchiamo di spiegare il perchè.
Perchè i prodotti finanziari si rivalutano mediamente meno dei mercati in cui investono? Ciò è l’inevitabile somma di due addendi: il prelievo (palese e occulto) di ingenti costi di gestione e l’impossibilità logica che i gestori possano sistematicamente battere il mercato (dato che il mercato in buona parte….sono loro) in misura tale da compensare i costi.
Occorre inoltre ricordare che buona parte del prelievo palese o occulto subito dal compratore di prodotti finanziari non va a remunerare il gestore (con il quale potrebbe al limite stringere una simbiosi) ma va piuttosto a remunerare un apparato burocratico sovra-dimensionato ed una macchina commerciale resa oggi obsoleta dalle moderne tecnologie della comunicazione.
La massa degli investitori (tra i quali, le gestioni istituzionali la fanno da padrone) costituisce il mercato.
Inevitabilmente, in ogni periodo il 50% delle gestioni "farà" meglio del mercato ed il 50% "farà" peggio.
All’investitore, mediamente, arriverà quindi un rendimento lordo in linea con l’andamento del mercato, a cui però vanno sottratti l’ingente tassazione e gli altrettanto ingenti costi totali imposti a lui dal gestore, dall’apparato burocratico e dalla complessa catena distributiva.
Il costo del risparmio gestito in termini assoluti è tendenzialmente più basso per i prodotti monetari, intermedio per le gestioni obbligazionarie, più alto per le gestioni "rischiose" e per i prodotti "conservativi" di nuova generazione (es. strutturati a capitale protetto); addirittura, non è conoscibile per le gestioni speculative di tipo "hedge" (per le quali il cliente può solo conoscere l’andamento netto a posteriori e non può decifrare né i rischi né i costi prelevati).
Ciò che conta maggiormente non è comunque la costosità presa in termini assoluti ma bensì posta in relazione con rendimento atteso dell’investimento sottostante e con la probabilità, più o meno scarsa, che il gestore possa "battere" il mercato in misura tale da compensare il fardello dei costi.
I mercati maggiormente volatili (es. azionario)

  1. Nascondono meglio, con la loro volatilità, il prelievo forzoso e
  2. consentono - in teoria - al gestore più spazio di manovra per una politica di investimento "attiva".
Al contrario, i mercati che per loro natura sono poco volatili (es. titoli di stato a medio e breve termine e in genere gli investimenti meno rischiosi), per la loro inferiore volatilità e rendimento atteso e per il poco spazio che consentono a gestioni "attive", rendono palesi e non compensabili gli alti costi di gestione.
Per questa ragione (e soprattutto in questo momento storico), i prodotti finanziari di natura monetaria ed obbligazionaria risultano praticamente sempre "battuti" da un analogo investimento diretto in titoli (o da una gestione passiva a basso costo, es. tramite ETFs).
Cerchiamo ora di capire perchè l’eliminazione dei costi inutili non è solo opportuna ma strettamente necessaria per salvaguardare il proprio patrimonio nel lungo termine.
Per quanto riguarda i prodotti finanziari più rischiosi e volatili, ogni anno una parte (pur minoritaria) dei gestori risulta in grado di "battere" il mercato in misura più che proporzionale ai costi.
Sorge però il problema, per l’investitore, di prevedere quali gestori riusciranno a farlo in futuro.
L’osservazione dei risultati passati è solamente un punto di partenza.
Le tecniche statistiche di previsione (che siano abbastanza rigorose da fornire risultati con un minimo di attendibilità) imporrebbero di analizzare l’esito di un numero alto di "decisioni" assunte dal gestore...ma non è facile capire se il successo di una gestione apparentemente proficua, anche su periodi pluriennali, sia frutto di poche o tante decisioni "azzeccate" (the subtile difference between “alpha” and....luck).
Si comincia quindi a capire perchè mai tanti accademici - premi Nobel per l’economia compresi - indichino una forte preferenza per gli investimenti passivi (semplicemente replicanti il mercato) ed a costo basso o nullo.
Si è detto per l’impossibilità logica di pensare che i gestori possano "battere sistematicamente il mercato" e per l’impossibilità statistica di prevedere quali saranno i pochi gestori che riusciranno a farlo.
Occorre ancora aggiungere un ulteriore elemento.
Gli investimenti maggiormente "rischiosi" hanno, a priori, un più alto rendimento atteso.
È la stessa avversione al rischio degli investitori a determinare ciò, "svalutando" mediamente i prezzi attuali degli assets rischiosi, a parità di flussi futuri di ritorno attesi.
La teoria dei mercati finanziari ci induce però ad osservare questo aspetto anche da un altro punto di vista: tale rendimento "aggiuntivo" (il premio per il rischio) è assolutamente indispensabile per fronteggiare le possibili perdite future derivanti dagli assets rischiosi ed è indispensabile che l’investitore lo incassi per intero (in mercati efficienti, il premio al rischio è mediamente allineato e non eccedente rispetto alla probabilità ed alla gravità di futuri inconvenienti).
In termini pratici, forse è immediato rendersi conto dell’inopportunità di acquistare un fondo obbligazionario che, con i tassi attuali, ci costa molto di più di quanto potrà rendere.
È invece meno intuitivo comprendere quanto sia penalizzante, ad esempio, acquistare un fondo azionario che abbia un costo annuo molto alto, poniamo pari al 3% del patrimonio investito, dato che il rendimento netto residuo di cui godremo negli "anni buoni" non sarà più sufficiente a coprire i rischi e le perdite degli anni meno buoni.
Per le suddette ragioni, la consulenza di IFA PIEMONTE indirizza sempre e soltanto verso soluzioni efficienti e a basso costo, in campo finanziario, previdenziale e assicurativo.

L’investimento giusto...per chi?

Le risorse finanziarie vengono accumulate far fronte alle spese e ai rischi potenziali, per realizzare obiettivi e per ottenere sicurezza.
Sarebbe bene, nel limite del possibile, destinare specifiche risorse per raggiungere specifici scopi (spese futuri, fondi rischi, rendite previdenziali, etc.).
In generale, un preliminare sforzo di comprensione e consapevolezza sul "perchè si investe" ripagherebbe poi ampiamente l’investitore in termini di benessere, nel senso più ampio del termine.
La reale cognizione del "perché si investe" porta ad una più razionale definizione del "come si investe". Infatti, per ogni tipologia di obiettivo da raggiungere, è possibile determinare quali strategie di investimento risultano più o meno appropriate (o completamente inopportune) e quante risorse dedicarvi.
Ad esempio, un determinato fine potrà essere più opportunamente ottenuto con un investimento immobiliare, con le cedole di un titolo di stato, con un portafoglio finanziario diversificato piuttosto che con una polizza rischi puri e così via.
Ciascuno con i suoi pro ed i suoi contro, che devono essere conosciuti dall’investitore.
È però difficile immaginare che un venditore di polizze consigli ai suoi clienti di comperare immobili o che un venditore di case aiuti ad investire in azioni ad alto dividendo atteso!
Vi è quindi un problema, legato al tornaconto e alla carente competenza inter-disciplinare degli interlocutori a cui usualmente ci si affida per investire il proprio denaro.
In altre parole, l'investitore dovrebbe già aver capito qual è la soluzione giusta ancor prima di consultare il professionista e solo per comprendere a chi rivolgersi!
IFA PIEMONTE si propone dunque anzitutto di offrire competenze inter-disciplinari e scevre di conflitti di interesse.
Anche restringendo il campo ai soli investimenti finanziari in senso stretto, nonostante il proliferare di broker "multi-marca" e pseudo "consulenti indipendenti" (che tanto indipendenti non sono), il denaro dei clienti, guarda caso, viene regolarmente indirizzato non verso strumenti quotati ma bensì verso gestioni, fondi, polizze, ovverosia verso prodotti finanziari "in catalogo" e in sottoscrizione, che siano sufficientemente remunerativi per chi li vende.
La scarsissima frequenza con cui il risparmio viene indirizzato verso le decine di migliaia di strumenti finanziari regolarmente quotati sui mercati del mondo intero costituisce una dimostrazione del dilagante conflitto di interessi ed è spiegabile solamente con il fatto che gli strumenti quotati proprio perchè ormai liberamente scambiati, non garantirebbero più alcuna commissione di vendita a chi li consigliasse.
Il conflitto di interessi impatta dunque sull’appropriatezza dei consigli forniti (esempio, si consigliano polizze a chi necessiterebbe di immobili…) e sulla ingiustificata costosità delle soluzioni proposte.
Esso ha però anche un altro tipo di impatto, più nascosto ma non meno grave: spesso i venditori di prodotti finanziari consigliano investimenti più volatili e più complessi del necessario, proprio per nascondere la reale costosità dello strumento e il suo reale rapporto rischi/benefici (si vendono "sogni finanziari").
IFA PIEMONTE ha fatto un scelta diversa: quella di offrire al cliente il massimo dell’informazione; anche le informazioni "scomode", anche le informazioni che, normalmente, gli operatori finanziari tengono per sé.

Evitare il rischio o gestire i rischi

Gli investimenti finanziari privi di rischio (ammesso che esistano) offrono normalmente un rendimento molto basso e inferiore all’inflazione.
Ogni altra soluzione incorpora la possibilità di perdite, temporanee o definitive e di varia gravità. Perciò, chi gestisce il denaro altrui ha il dovere professionale e morale riconoscere e di informare compiutamente l’investitore dei rischi più o meno grandi che egli va ad assumere.
Per poter informare gli investitori, il professionista deve quindi per primo, senza ombra di dubbio, essere in grado di conoscere, destrutturare ed individuare le fonti e le tipologie di rischio (oltre che a garantire con la propria indipendenza la corretta informazione del cliente).
L’investitore dovrebbe evitare ciò che non comprende fino in fondo, rischiare solo ciò che può permettersi di perdere, alla luce dei propri bisogni presenti e futuri.
Egli dovrebbe rammentare sempre alcune regole dettate dal buon senso: non credere alle favole commerciali, frammentare il più possibile l’esposizione a specifici imprevisti, chiudere un investimento quando vengono a mancare i presupposti per cui esso è stato aperto, ragionare molto sulla propria capacità di sopportare le perdite…
Da un consulente professionale non ci si dovrebbe aspettare niente di meno!
Invece, non è raro incontrare persone che sono state indotte ad assumere rischi di cui non erano consapevoli, non sempre a causa della malafede ma più spesso a causa dell’ignoranza dello stesso venditore…
In generale, è grave che un consulente professionista consigli ad una famiglia di concentrare tutte le risorse finanziarie su pochi prodotti, solamente per evitare un aggravio di lavoro per sé (o per mascherare la propria incapacità / non volontà di gestire la complessità!
Per poter accompagnare il cliente nella realizzazione di una sana e compiuta diversificazione e frammentazione del rischio, il consulente deve padroneggiare una reale conoscenza dei mercati e degli strumenti finanziari e deve anche conoscere i limiti delle "unità di misura" che vengono diffusamente utilizzate per stabilire la rischiosità dei diversi investimenti.
Un bravo consulente non può ignorare che le usuali stime della rischiosità basate sui livelli medi (o attuali) di volatilità e correlazione possono diventare inconsistenti nei momenti di crisi acuta dei mercati (la volatilità è....volatile).
La stessa fiducia cieca riposta nel "già successo" è un relativo azzardo.
Neppure i dati storici sui tempi di recupero dalle grandi perdite finanziarie costituiscono una garanzia (e comunque, è "già successo" che i ribassi borsistici siano stati colmati, in termini reali, solo dopo decenni!).
Per non parlare dei patrimoni imprudentemente concentrati su entità poi andate in default o dei capitali azzerati "grazie" a strategie di trading perdenti.
Insomma, la gestione del rischio è forse l’aspetto più delicato della consulenza finanziaria, perchè necessita di grandi conoscenze tecniche e di altre strettamente personali, legate alla condizione di vita e all’emotività di ognuno.
Più della ricerca di rendimento, è dunque la questione del rischio finanziario a svelare con più forza l’inaccettabilità del conflitto di interessi, della standardizzazione dilagante, della scarsa professionalità, rivelando al contempo la centralità dell’informazione e l’opportunità di un rapporto simbiotico.
A tale simbiosi con la clientela punta senza dubbio IFA PIEMONTE, il cui approccio è sempre quello di porre la massima attenzione alle discipline di controllo del rischio e alla costruzione di portafogli che possano reggere anche ai momenti di maggiore stress dei mercati.
Un nostro particolare apporto consulenziale consiste nella continua ricerca di fonti di rendimento realmente diversificate (che possano mantenere una sufficiente decorrelazione reciproca anche nei momenti in cui…tutto crolla) e nello studio della possibile risposta dei portafogli modello sotto varie ipotesi negative (crisi sistemica, stagflazione, normali recessioni cicliche, crescita con alta inflazione......).
Siamo infatti convinti che l’investimento "giusto" non si possa definire, se non si ha coscienza dei propri obiettivi, vincoli, capacità finanziaria ed emotiva di sopportare le perdite e se non si dispone di una corretta informazione su cosa potrebbe accadere in determinati scenari, per massimizzare i risultati con i piedi ben piantati per terra.